
Finalmente è morto! pronunciò quelle parole pentendosene immediatamente.
Come poteva provare quella strana gioia lei che da tutti era sempre stata definita un angelo, lei che da anni puntualmente si recava a fargli visita.
Per un attimo ricordò gli occhi del professore.
Nascosti dietro antiquate montature con un filo dorato, gli occhi erano di un azzurro disarmante, acqua del cielo… azzurro indefinibile che non rientrava in nessuna sfumatura cromatica.
Era già passato un anno, Anna ricordava con terrore l’ultima visita, ancora aveva presente la sua immagine durante il loro ultimo incontro, quando il professore – mentre declamava i versi foscoliani – continuava a stringerle la mano, e le sue unghie da rapace mai intenerite dalla vecchiaia, le si conficcavano provocando una momentanea abrasione.
Il contatto con quel corpo da vecchio l’atterriva, quando lui l’abbracciava sentiva quel gracile essere avvinghiarsi e stringerla come se le dovesse rubare un alito di vita, ed era in quel momento che i suoi occhi diventavano trasparenti e l’azzurro si confondeva.
La cataratta poi ne rendeva lucido lo sguardo mentre continuava a recitare in un orgasmo declamatorio che gli faceva partire dagli angoli della bocca goccioline di saliva che ogni tanto prendevano direzioni inconsuete centrando bersagli imprevisti.
Poi si sedevano sul divano di damasco e lei, l’ex alunna, guardava gli oggetti del salone fra i quali troneggiava, stridente contrasto tra modernità e vetusta antichità, un televisore con casse incorporate e poi, nel fondo del salone, un’infinità di ninnoli, libri, cataloghi, fogli, fotografie, pizzi, centrini, ritagli di giornali, tappeti, quadri, ricordi di altre vite, un pianoforte e tende di velluto pesante verde bottiglia che non lasciavano mai filtrare la luce.
Il rituale della visita – che durava da decenni – nel corso degli anni era rimasto pressoché invariato: apriva la porta il figlio che con fare femmineo subito si giustificava “Porto un dolore ai piedi che mi dà la morte, scusami se non mi sono tolto le pantofole… come stai?… bene, bene ti trovo, papà è di là, accomodati nel salone che lo vado a chiamare” mentre le stringeva una mano.
L’ex allieva consegnava l’obolo – un pacco di dolci alle mandorle che lui afferrava con gesto repentino per poi scomparire con passo affannato dietro la porta del corridoio – ed entrando guardinga nel salone ritrovava tutto immobile negli anni, come se il tempo fosse solo una carezza, niente era cambiato rispetto all’anno precedente e all’anno prima ancora, neanche l’odore di mobili antichi e muffa.
Si sedeva immediatamente al centro del divano e aspettava l’ingresso del professore.
Dal fondo della casa arrivavano prima rumori sommessi, poi passi spediti e una voce che intonava da lontano il nome dell’allieva che scandito rimbombava lungo il corridoio.
“Anna, Annuzza… Annuzza… cattiva ragazza, disobbediente alunna, brutta bambina – la voce tremolante, rimproverava – Come ti puoi dimenticare del tuo vecchio professore di filosofia, come, come?”
La frequenza della voce aumentava di intensità fin quando il professore appariva, con la vestaglia da camera a quadri.
Anna si alzava in piedi e lui l’afferrava per stringerla nella morsa degli abbracci.
“Che sei bella, ti sei ricordata… ma come mi puoi abbandonare così, Anna senza cuore – e iniziava a baciarla.
“Professore, sono qui.”
“E tuo marito, dov’è non lo portasti?”
“No, professore, mio marito sempre impegnato è.”
“E il piccolo? neanche lui hai portato?”
“Professore è raffreddato…”
“Brava Anna, sediamoci” il professore afferrava la mano di Anna e cominciava il diluvio di ricordi sempre uguali. La noia dell’incontro per sortilegio si tramutava in uno stato allucinatorio dove il tempo si smaterializzava e il salone si popolava di versi che il professore declamava sputacchiando, ma con veemenza.
“Ti ricordi… fatti non foste? Annuzza?”
Quel luogo diventava per magia un salotto letterario dove il giovin signore si svegliava, la musa Talia piangeva, Teresa baciava Jacopo, la ginestra più saggia e meno inferma combatteva il sotterraneo foco e ancora il velo delle Grazie avvolgeva i presenti.
“Papà basta, basta, offro qualcosa a d Anna” lo interrompeva il figlio, che negli ultimi tempi aveva acquistato un’aria più sbarazzina forse perché aveva finalmente eliminato l’orrido riporto e cambiato montatura. “Papà riposati un poco” e per incanto il professore si addormentava di colpo mentre il figlio continuava con filippiche contro la degenerazione dei costumi, suo argomento preferito.
“I tempi sono cambiati io glielo dico sempre a papà dove stiamo andando a finire di questo passo, i giovani non hanno più rispetto, i valori di un tempo sono morti e poi è cambiata la qualità della vita… tutto è caro, da quando sono entrati gli euro non si deve pensare più in lire perché non conviene, io quando vado al lido ormai l’entrata la devo pagare sei euro e menomale che mi porto il thermos perché una bottiglietta d’acqua è due euro…
Il monologo del figlio era cronometrato al secondo per permettere al padre il sonnellino post declamatorio, il professore riapriva gli occhi, il suo respiro si bloccava e mentre Anna temeva sempre che stesse per morire, si risvegliava lucidissimo:
“…Fatti non foste per viver come bruti! Sante porta il tabaren.”
Il figlio femmineo si alzava di scatto e immediatamente servizievole preparava il rinfresco.
Ogni tanto provenivano dalla casa rumori insoliti: una strisciata di sedia assordante rendeva reale una presenza invisibile, qualche passo felpato parlava di un’umanità nascosta là in fondo al corridoio.
Sante appariva con il vassoio.
“Tu papà, niente, che hai lo zucchero.”
“Figlio ingrato, una pasta di mandorla sola! Anna, Annuzza lo vedi il mio carceriere senza cuore, peggio di Silvio Pellico mi finiu?”
E subito dopo serrava con forza la mano di Anna e apriva le danze della seconda parte della visita, a tema, che prevedeva la lettura delle recensioni del professore sulle varie opere filosofiche.
“Sante prendi l’articolo del 54” e Sante prontamente creava dal nulla un foglio che porgeva ad Anna.
“Leggi Anna, leggi, voce celestiale la tua…” il professore chiudeva gli occhi e accennava ad un sorriso beato da divino interlocutore, e Anna leggeva le recensioni del 67, del 70, dell’82 e via dicendo su ritagli sottolineati con la matita rosso e blu.
“Hai visto il tuo professore quante cose ha fatto, letto, scritto, tu Annuzza non devi dimenticare mai, la mente, la memoria, i libri, la cultura sono la nostra salvezza da quando mi sono spretato la mia vita è cambiata, ho capito i veri valori della vita.”
“Professore, lo so, vorrei avere un briciolo della sua memoria io…”
Anna si ricordò una delle sue ultime conferenze quando per la ricorrenza dei suoi ottant’anni, il professore declamava i canti del Paradiso a memoria, fra le alunne di un istituto magistrale sghignazzanti e incuranti di quel commovente e portentoso omaggio che un uomo faceva ala poesia.
Avevano riso a crepapelle soprattutto quando il professore smarrito l’orientamento, alla fine del recital, si era diretto contro il muro della quinta, sbattendo violentemente il naso.
Anna si rammaricava di come certe volte anche lei aveva ridacchiato alle spalle del professore, perché da giovani non si fanno mai i conti con la vecchiaia.
“Papà è permesso?”
Ed ecco improvvisamente apparire davanti la porta la figlia del professore, una mancata cantante lirica dall’inquietante nome – Amina – che dimessa ed afflitta da una tosse stizzosa, entrava nel salone.
“Anna, sempre in forma” le diceva salutandola sbrigativamente e subito un elenco interminabili di malanni che le affliggevano cuore e mente, malanni che rosicchiavano le sue corde vocali, che attentavano alla bellezza di un tempo, tormenti che le impedivano di cantare come ad esempio una terribile esofagite di riflusso che la faceva ruttare continuamente.
Aveva smesso momentaneamente di cantare perché ad ogni fine di canzone provava un calore al centro dello stomaco e doveva correre ad ruttare.
Le ore risuonavano inesorabili scandite dall’orologio a pendolo, ecco che Anna tentava di alzarsi per tagliare la corda ma le mani rapaci del professore la obbligavano ad assistere alla terza parte della visita: la proiezione.
Dal televisore troneggiante, prontamente Sante collegava cavi elettrici e in un attimo apparivano dallo schermo concerti di tenori sconosciuti in Italia ma noti all’estero: le loro arie erano canticchiate in coro durante l’esibizione, tranne dalla figlia che ruttando scuoteva la testa in senso di diniego.
Per fortuna Anna sapeva che i minuti previsti per la parte non erano più di venti e in quel tempo pensava a suo padre – collega un tempo del professore – di cui con queste visite onoravano in un certo senso la memoria.
I venti minuti si arenavano interminabili, gli applausi del concerto dal vivo testimoniavano la bravura dell’acclamato tenore, il professore applaudiva entusiasta di come la musica e il canto nobilitassero l’animo.
Con fare subitaneo si rizzava in piedi e dava avvio all’ultima scena della visita: un’esibizione dal vivo al pianoforte.
Il gruppo si spostava repentinamente nell’altra ala del salone, dove su un comodo sgabello veniva sistemato il professore, poi veniva tolto il panno dai tasti e in silenzio iniziava il concerto casalingo, il professore chiudeva gli occhi vinto da una profonda estasi e cominciava a suonare.
Anna, seduta in poltrona, ascoltava gli assoli e i virtuosismi del vecchio e concentrava l’attenzione sulle mani del professore che da artigli diventavano fili di seta che scorrevano con maestria sui tasti. Si stupiva di come a quell’età un uomo potesse ancora creare emozioni.
Il momento clou del concerto prevedeva anche una composizione da autodidatta intitolata “Mamma” che il professore cantava con voce tremula e con occhi lucidi.
Sante estraeva dal taschino un fazzoletto che serviva ad asciugare le lacrime e anche qualche sputo di catarro.
La scena provocava una commozione intensa a tutta la famiglia, per l’occasione entrava anche la moglie del professore che accarezzava i capelli del marito e tratteneva un singhiozzo.
La donna conservava i tratti di un’antica bellezza: occhi verdi, carnagione bianca e sorriso aggraziato. Anna si ricordava bene la storia che aveva legato il professore alla moglie molto più giovane, una ballerina rumena che lo aveva sposato per amore e lo aveva seguito in Italia facendolo spretare.
“Lo vedi Annuzza, questa canzone è stata scritta per mia madre, l’amore di un figlio devoto dura tutta la vita, ho compiuto a novembre 93 anni e ancora la ricordo come se fosse ieri” e cominciava a singhiozzare.
“Papà smettila, finiscila va, che ti salgono gli zuccheri – diceva Sante infastidito.
“Anna, voglio farti un regalo – diceva il professore – questo è lo spartito della canzone, promettimi che la farai suonare al piccolo Pietro.”
“Grazie” diceva Anna, con lo spartito in mano di cui riceveva ennesima copia. Ogni anno si ripeteva anche la scena finale del regalo.
Finalmente la visita volgeva al termine, il figlio accompagnava il padre nella saletta del congedo dove il professore piangeva mentre l’abbracciava; ad Anna sembrava che il professore la toccasse in tutte le varie parti del corpo che lei offriva come simbolo sacrificale al vecchietto.
“Dimmi che verrai ancora Anna, ma non mi fare aspettare un altro anno, vieni prima, giuramelo sulla memoria di tuo papà.”
“Senz’altro, professore, non posso dimenticarlo il nostro appuntamento.”
E Anna si congedava felice di fuggire via da quella trappola, pensava che un anno sarebbe stato lungo, per fortuna.
Correva giù dalle scale, si richiudeva dietro le spalle il pesante portone e cominciava a respirare l’aria della libertà.
Passarono altri cinque anni e altrettanti incontri: è per questo che quando un giorno per caso lesse il trafiletto della morte del professore provò sollievo e se ne vergognò come una ladra.
Si era spento come foglia tremula senza riuscire a compiere cent’anni.
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