Il carrellino della spesa a disegno scozzese era stato uno degli ultimi orribili regali che i nipoti, ogni natale, facevano trovare sotto l’albero alla zia Carmela. Avrebbe voluto scartare gioielli, borse, maglioni colorati ed invece la zia Carmela collezionava thermos, scalda sonno, angioletti della Thun, coperte termiche, guanti di lana, ombrelli. – Questo utile ti sarà zia, accussì ti carichi i pacchi e non fai fatica – disse la nipote appena la zia scartò il regalo di Natale. Zia Carmela ringraziò, era il quarto carrello della spesa che riceveva ma non lo disse per non ferire la nipote. Tutti la trattavano da vecchia già da quando aveva quarant’anni, forse perché non si era sposata, ma lei era rimasta zitella per scelta. Nessun fidanzato morto in guerra, nessun amore contrastato: non si era sposata semplicemente perché aveva dovuto servire e riverire sua madre e un fratello scapolo che ancora le girava casa casa accusando malanni incomprensibili. Carmela sognava invece una vita diversa e la sera, quando indossava la sua camicia da notte felpata e si appuntava le ciocche con i becchi d’oca, apriva di nascosto il cassetto del comò e si spalmava sulle rughe la crema di Lancaster che era costata quarantaquattro euro o settantotto mila lire, una vera follia. Le piaceva accarezzarsi la pelle, ne stendeva una noce sul contorno occhi, insisteva sulla ruga della fronte, massaggiava con movimenti rotatori e poi si vedeva più bella. Conservava con delicatezza la crema e si coricava senza la termocoperta che aveva utilizzato per il gatto e iniziava a sognare. Aveva letto su una rivista femminile che bisognava tenere un quaderno sul comodino e appuntare la prima parola di ogni sogno che non sarebbe stato così cancellato dal risveglio del mattino. E ogni mattina, Carmela con cura registrava la parola: cavallo, serpente, padella, bacio, Richard Gere… il suo quaderno era pieno di appunti. Ogni tanto lo consultava e seduta in poltrona dietro il balcone continuava a mettere ordine nei suoi sogni disordinati. Da qualche mese di fronte al suo appartamento avevano affittato a studenti delle stanze, e quando si distraeva dalla lettura del suo quaderno amava dare una sbirciatina. Che allegria, che movimenti, che risate si facevano quei giovani, a volte li vedeva riuniti in cucina, non sentiva i loro discorsi, ma ovviamente li immaginava; altre volte dalla saletta intravedeva qualche ragazza che veniva a fare visita ma non riusciva poi a capire da quale stanza fosse risucchiata, le ragazze scomparivano e si chiudevano le serrande. Lei sorrideva e pensava alle intemperanze giovanili, poi prendeva il rosario e cominciava a recitare le preghiere suppletive. Quelle canoniche erano tre volte la settimana all’imbrunire, quelle suppletive erano a ogni cattivo pensiero. Spesso lavorava a maglia e per Natale ricambiava i nipoti con le babbucce rosa fatte al punto legaccio: era un piccolo modo per vendicarsi. I nipoti del resto avevano preso una brutta piega e da un po’ di tempo chiedevano piccoli prestiti: – Zia devo farmi la stanzetta per il picciriddo, che fa me li puoi prestare un po’ di liquidi? – chiedeva la nipote sfacciata. – Zietta – anche quello maschio ci provava – me li presti dei soldi per la macchina nuova?- e la zia sganciava. Indossava la sua giacca di cammello, si recava in banca dove le piaceva fare girare quelle porte girevoli, salutava tutti cordialmente e prendeva il numero con un fare abitudinario, sembrava essere di casa lì tra gli impiegati e la guardia giurata. E sganciava la zia Carmela, sganciava in cambio di qualche telefonata in più e del regalo che riceveva per il suo onomastico dal nipote. Nessuno immaginava che Carmela aveva bisogno di altro. Nelle riunioni di famiglia si vantavano le doti della zia: morigerata all’inverosimile era da tutti considerata una sorta di angelo a metà tra una cattolica praticante e una bizzocca nell’animo. Eppure da un po’ di tempo il suo aspetto pareva essersi –come per incanto- arrestato e frequentemente le scappava una brutta parola “travestita.” Nel suo vocabolario dei travestimenti bombana stava per buttana, mìnciolo per membro maschile, fiorita per organo femminile e le nipoti al sentire il suo linguaggio più spinto bonariamente la rimproveravano. – Zietta che fu ? – volgare addivintasti – le dicevano canzonandola. Lei arrossiva come una fragola e si scusava con serietà. Da qualche anno aveva preso l’abitudine di nascondere parte della sua pensione e ogni ventitré la zia Carmela andava alle poste, si sedeva a lamentar dolori alle ginocchia con le altre coetanee e appena preso il mensile, sottraeva una piccola parte dalla busta e la nascondeva. Ritornata a casa, commentava con il fratello: – Certo Iano non si po’ campari più, guarda quante trattenute sto mese, ma che fa lo stato ladro? – Ladro? Ladrone! – diceva il fratello – ci vogliono annientare a noi poveri vecchietti! – E sia fatta la volontà di dio, fratello mio… Vieni di là che la suppletiva mi devo fare. – Ma chi fu? neanche dello stato si può parlare più, sorella? – diceva Iano incalzandola. – Neanche dello stato…replicava Carmela. E attaccavano a pregare i due fratelli. La zia Carmela chiudeva gli occhi e un piccolo impercettibile sorriso le si dipingeva agli angoli della bocca. Il quarto venerdì di ogni mese, la zia Carmela faceva una grande cucinata per le vecchiette della strada. Il menù era sempre identico: lenticchie con verdura, agnello al forno e purè di piselli. Poi organizzava il cibo in appositi contenitori e con il pennarello scriveva il nome. – Questo per la signorina, non esce da casa da quattro mesi, almeno oggi si arricria. – Ma che ha? – diceva il fratello che la aiutava a sigillare. – Sempre mal di testa, sta con un turbante e una fascia nel collo, apre la porta della scala e tende un paniere con la corda, per non farsi vedere da vicino. – Sempre curiosa è stata, chista signurina. – Questo per la vedova Pulvirenti e questo per Iolanda la straniera – continuava indaffarata Carmela. -A Iolanda glielo porto io… – Ianu che dici? – fratello debosciato fatti il segno della croce – diceva Carmela e si stringeva il collo nelle spalle. – E questa per chi è? – ma Carmela era già pronta per le consegne sull’uscio di casa. Nella profumeria dove nessuno la conosceva comprò, per duecentoquaranta euro, una crema lifting rimodellante, un touche di luce illuminante e la signorina tanto gentile le aveva persino regalato campioncini. Come una bambina monella ritornata a casa, inforcò gli occhiali e lesse le istruzioni, ma una scritta la colpi al cuore come una stilettata: “Per pelli mature e avvizzite”! Termini che scatenarono in lei una depressione fulminante. – Signorina di …merda, buttana e tappinara! – le scappò a denti stretti alla povera zia Carmela. E questa volta senza suppletiva. Ma i giorni passavano e la zia Carmela fioriva. Lei stessa si guardava allo specchio, la crema miracolosa aveva fatto i suoi effetti? Inoltre, le nipoti le telefonavano e non la trovavano mai e a Ianu toccava l’ingrato compito di fare da segretario. – To zia è uscita, sicuramente è andata a messa, quella senza preghiere non campa – rispondeva Iano alle domande incalzanti delle nipoti. Ma non era in chiesa che andava la zia Carmela, e neanche alla posta: da un circa un anno, di mattina, andava nell’appartamento di fronte, proprio in quella casa degli studenti, e mentre tutti erano all’università, Nuccio, un bel ragazzotto studente fuori corso dell’entroterra, la aspettava con trepidazione. Si abbracciavano teneramente già nell’anticamera e la zia Carmela, per niente intimorita, accoglieva nel suo morbido corpo le carezze di un segreto che nessuno avrebbe mai scoperto. Si chiudevano nella stanza, abbassavano le serrande, e il bel Nuccio dava il meglio di sé. Carmela poi gli faceva aprire il regalo che aveva portato, gli consegnava anche un po’ di soldi, qualche marmellata fatta in casa, e dopo un’ora intensa – giusto il tempo della messa – la zia Carmela, come Cenerentola, scappava nel suo appartamento. Se ne tornava con il cuore contento e per le scale dedicava un ghigno alle nipoti, che soddisfatta si sentiva, e sapeva di certo che Nuccio mai gli avrebbe regalato un carrellino scozzese della spesa. E così zia Carmela ringiovanì senza effetto delle creme e nessuno osò pensare male di lei, perché lei, signorina morigerata, era. 13 gennaio 2009 Lorena Salerno © tutti i diritti riservati
luglio 26, 2009
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