lorena salerno racconta

luglio 26, 2009

Felice… un altro

Filed under: Felice... un altro — lorenachescrive @ 4:12 pm

Sei rimasto a terra con il motorino, era buio fitto, nella provinciale le macchine sfrecciano a velocità. Per fortuna il tir aveva i fari alti ed illuminava la strada, il camionista ha visto prima un ferro vecchio abbandonato – il tuo motorino – e poi una scarpa, un fagotto, un cartone bianco. Ha frenato, si è reso conto che il cartone bianco era un corpo, il tuo.

Eri piegato come un’acrobata, scomposto, disarticolato, avevi la bocca aperta, gli occhi spalancati, sembravi morto. Ma i camionisti a volte hanno il cuore grande e ti ha trascinato sul bordo ed ha sentito un sibilo provenire dalla tua bocca.

”Nu treno c’arrive mez’ora in ritardo… ‘0 core tremmava st’ammore aspettava…”

Il sibilo erano parole impastate di sangue, parole di una canzone di Gianni Celeste, il tuo idolo preferito, parole disperate.

Ti ha lasciato all’ospedale e sei entrato in coma per un mese.

 

 

“Non voglio andare ad abitare lì, è disabitato, il quartiere è isolato, è solo campagna.”

“Vedrai avere una casa tutta tua sarà un privilegio, hanno scelto questa zona popolare per la costruzione degli alloggi della cooperativa.”

“Ma ci saranno ladri?”

“No, non penso, ci saranno solo le tue paranoie.”

 

E’ là che ti ho visto per la prima volta, camminavi a piedi, eri appena un ragazzino, con la faccia brutta e l’espressione incattivita: infastidito ti sei fermato per fare passare la nostra macchina in quella strada stretta e tortuosa piena di polvere.

 Mi hai guardato, eri sorpreso: chi cazzo era mai questa macchina invadente che arrivava alla fine della strada dove c’era il tuo regno nascosto?

Avrebbero sradicato la torre, divelto la cisterna e costruito un palazzo nuovo di cemento. Ti ho visto nasconderti per spiare, dietro la vegetazione incolta mentre noi osservavamo il terreno.

Ingegneri, architetti, geometri, strateghi, tutti misuravano, calcolavano le distanze, contavano passi, e tu in silenzio come un  fantasma osservavi la scena, con un occhio solo, perché l’altro ce l’avevi chiuso. Un difetto? una malformazione? un vezzo forse.

 

 

La torre venne imbracata con delle funi, poi un’esplosione terribile la cancellò: era il tuo rifugio, lì fumavi i tuoi mozziconi di sigaretta, lì sfogliavi avidamente le riviste pornografiche con le tette delle bionde che esplodevano nei tuoi desideri, lì conservavi la tua refurtiva, le tue caramelle gommose che si scioglievano in bocca e ti coloravano le labbra di rosso fragola.

Quel giorno il tuo unico occhio ha iniziato a lacrimare, hai impiccato una lucertola e dopo ti sei divertito a vedere la sua coda tranciata muoversi sull’asfalto, ti sei girato ed hai sentito il fragore delle pietre della torre che crollava. Polvere, lacrime…

 

Il palazzo grigio venne costruito velocemente, si ergeva come una piovra. L’unica nota di colore era rappresentata da fioriere incorporate nei balconi dove sarebbero cresciuti fiori meravigliosi ed ancora infissi di metallo e vetri trasparenti che conferivano un’aria mostruosa al nuovo gigante di cemento. Una creazione futurista in mezzo alla campagna piena di acetoselle gialle, pini selvatici, oleandri.

Un pugno nell’occhio, un lampo violento che si assestava nell’ambiente e che parve bellissimo ai futuri proprietari il giorno che si abbracciarono stretti e stapparono una bottiglia di prosecco per festeggiare la consegna degli appartamenti. Tu non c’eri quel giorno e io non ti pensai più.

 

 

          Nel quartiere abbandonato due o tre negozi, un alimentare, un bar, un fruttivendolo. I nuovi proprietari delle case in cooperativa colonizzavano il quartiere.

Un giorno per caso nel cortile dietro la bottega fra pile di cassette, ortaggi andati a male, c’eri tu, aiutavi il vecchio proprietario del negozio di frutta.

“E’ mio nipote, non ni mancia scuola, si accontenta di stari ccu mia” mi dice il vecchio gentilmente.

“Che peccato, ma si è preso almeno la terza media?”

“Ca quali… a quinta alimentare è arrivato, è intelligente ma da quando è morta so matri ha perso la testa…”

“Poverino” dissi con il mio italiano perfetto che arrivò come una stilettata nell’aria fradicia della bottega.

“Accumpagna a signora, Felice, portaci i busti” e di malavoglia mi hai portato i sacchetti fino alla macchina, mi avevi riconosciuto, ma facevi finta di niente.

“Grazie” ti ho detto ma te ne sei andato senza neanche ascoltarmi.

Che strano nome  avevi ho pensato.

 

 

“Mamma ancora raccontami la storia di Felice.”

“Felice era un bambino molto cattivo, sempre da solo andava nel pozzo ed uccideva gli animaletti dopo averli torturati… un giorno però ti ha salvato la vita, tu non te lo ricordi, ti eri avventurato nella campagna e lui ha rischiato la vita, si è arrampicato attraverso una fune d’acciaio e ti ha tirato giù, ma incautamente ha sbattuto con una punta acuminata e ha perso un occhio….” Era ormai da mesi che il mio bambino si addormentava con la favola di Felice frutto della fantasia che l’aveva trasformato in un supereroe…

A volte mi affacciavo dietro i vetri e ti vedevo da lontano, ti inoltravi dove ancora rimaneva un po’ di campagna, solitario ti vedevo arrampicare sugli ultimi alberi, poi scomparivi.

 

 

L’unica strada che eravamo obbligati a percorrere per uscire dal condominio era strettissima e spesso ti vedevo dietro i finestrini del Mercedes di tuo padre. Era un tipo losco, lo immaginavo vedovo e mi faceva una strana compassione, tu ti sedevi accanto e dietro una ragazzina con i capelli inanellati. Eravate orfani, immaginavo, la mamma morta, e voi eravate rimasti con quel padre con i capelli lunghi e due lunghi baffi a spiovere su una faccia rotonda e butterata.

Era sgraziato, urlava sempre, sembrava alcolizzato e nei miei pensieri questa strana famiglia mi metteva inquietudine. Poi venni a sapere dal macellaio la verità: la mamma non era morta, se ne era andata via da casa, era fuggita con il casellante della littorina che attraversava quella zona di campagna collegandola al  resto della città, e aveva lasciato i due figli. Tuo padre da allora passava il suo tempo all’angolo della via: lo vedevo spesso con i suoi compagni di strada, ridevano, guardavano le donne d’altri e forse concertavano affari illeciti, lì all’angolo buio dietro una fittizia vendita di piante fiorite ammucchiate dentro un camioncino celeste.

 

 

“Loro ti osservano sempre, conoscono i tuoi passi, sanno i tuoi movimenti, i tuoi respiri” ricordavo le parole di un mio alunno e forse per questo mi piaceva osservare quel gruppo di gente.“Pensi di non essere niente e nessuno per loro, ma sanno tutto di te e mentre meno te lo aspetti ti colpiscono”

Ed era vero.

Ma questa volta ero io a sapere di loro.

Potevo ricostruire la fisionomia di quel gruppo. Tuo padre si appoggiava al muro con la gamba ritirata come per sostenersi, accanto il titolare del camioncino celeste che vendeva piante, spesso arrivava con passo veloce da una discesa un uomo senza età che salutava tutti e che entrava al bar a farsi una birra, e ancora volti giovani e meno: il nipote del vecchio, ben vestito con gli occhiali D&G, alcuni suoi compagni occasionali.

Tu non facevi parte del gruppo, lavoravi dentro la bottega ma avresti pagato sacchi d’oro per essere con loro.

Alla compagnia – che sostava intere giornate – a volte si univa un uomo elegantissimo dall’eleganza esagerata. Capelli gellati rigorosamente neri all’indietro, giacca spesso senza cravatta e guanti neri.

Ogni volta che attraversavo la strada i suoi occhi mi seguivano e la mia sfacciataggine non mi faceva abbassare lo sguardo: mi attiravano le sue mani guantate di nero, la postura del suo fisico. C’era qualcosa d’innaturale che lo rendeva finto.

Un giorno entrò dietro di me dal vecchio fruttivendolo.

“Antonio, che eleganza, ti stai iennu a maritari?”

“No, sempre elegante sugnu, porto un po’ di luce in questo quartiere buio” sorrideva Antonio mentre io facevo finta di scegliere la verdura.

“Ho finito ieri di girare, e ora mi riposo un po’…”

Il vecchio gli porse una mela e mentre usciva si lasciò scappare: “Macari l’attori avemu nel quartiere, peccato però…”

“E’ un attore?”

“Un attore con i guanti è Antonio. Non per prenderlo in giro, signora mia, una disgrazia lo ha colpito quand’era ragazzino… Antonio è sempre stato amico di mio figlio, quando era piccolo era scavaddato e qua questa zona era tutta piena di campagna e di sciara, prima i carusi si arriccriavano a giocare. Poi iniziarono le costruzioni e i cantieri, un giorno mentre si arrampicava in quelle maledette rotaie della littorina che stavano costruendo abbracciò quei fili della corrente e gli si carbonizzarono in un solo istante le braccia – e sottolineò con un filo di voce  – tutte e due d’un colpo. Stesi fra la vita e la morte per un intero mese, poi il signore non se lo chiamò e con tanti sacrifici ci accattanu dui braccia di ligno… da allora vive ma è fortunato, Antoniucciu, perché ha un bel personale e si misi a girari film…”

“Film? Ma che film?”

“Lei sti film non si pò vidiri, ci l’ha dire a so marito, film sporchi sono, mi capisce” disse ridendo.

Sei uscito come una furia da dietro la bottega: “Nonno, statti muto, ma quanto parri, chi ci racconti a signora!”

Un uomo senza braccia… da allora quando lo incontro abbasso sempre lo sguardo.

Sono gli amici di tuo padre.

 

 

Sei entrato dal macellaio, sei dietro di me, mi spavento sembri un morto.

Ti saluto, ma nemmeno mi guardi, vuoi un panino e una coca cola, ti faccio passare, con la coda dell’occhio ti guardo, sei cresciuto,  sei altissimo.

“Mischino, si è consumato  – mi dice il macellaio appena esci – e il brutto è che chi l’ha investito è scappato, l’assicurazione non paga e ha bisogno di un’operazione al cervello… si consumau, si rovinau la vita.”

Ti sei risvegliato dal coma, ma il tuo corpo è rimasto offeso dall’incidente. La tua camminatura ondeggia, sembri in mezzo al mare, cicatrici hanno spezzato il tuo volto, sei pelle e ossa, sembri malato, ti vedo andar via.

Felice di che cosa? ossimoro, contrasto, mi dispiace per te, gli ultimi alberi li hanno sradicati, non vieni più di fronte casa mia, ormai hanno costruito una piazza e una scuola.

 

 

La ragazza con i capelli inanellati e gli occhi neri è fuggita da casa.

Tu e tuo padre l’avete cercata per mare e monti, era nascosta bene, il figlio di quello del bar di fronte al tuo negozio, essere brutto e sgradevole se l’è portata. Il fidanzamento è combinato, la nuova suocera, brutta come la mala sorte ridendo mi confida: “Ah signora, certo lei è una ragazza poco seria, me figghiu un angelo è.”

 La guardo atterrita, lascia scoprire i suoi denti guasti e un tanfo di acidità le esce dalla bocca.

La signora è ricchissima gestisce la nuova merceria all’angolo.

Che vuole, si sono innamorati! io glielo ho detto a mio figlio, l’amor vince su tutto, che vuoi figghiu mio?” mi dice mentre incarta la merce, le guardo le mani dove brillano tre fedi d’oro all’anulare.

Come potrà povera ragazza farsi toccare da quel mostro glabro, con gli occhiali doppi, i denti in fuori e i pantaloni alti? Me lo chiedo, quella povera bambola si trasformerà come tutte le donne del vicinato. Forse lei no, è furba, si è preso il ricco e forse farà una vita da signora. Forse.

La vedo mesi dopo, alla fermata dell’autobus, è incinta, il mostro ha colpito, è bella ma io la vedo maledettamente triste. E tu sei accanto a lei. La proteggi.

 

 

Tuo nonno ha lasciato la rivendita di frutta a tuo padre. Si è messo in pensione il vecchio, tu sei diventato il padroncino. Ti dai arie di sufficienza quando incarti la frutta, tuo nonno mi dava quella migliore tu metti dentro la busta quella peggiore. Quando pago, osservo le tue mani  malferme, ti è rimasto un tremito. Il tuo volto si sta trasformando, le cicatrici invece di sbiadire con il tempo si marcano nei tuoi lineamenti. Non verrò più nella tua bottega. Lo decido quando trovo nel sacchetto l’ennesima  patata marcia…

 

 

Sono in fila. La polizia fa deviare, la strada è transennata.

E’ successo qualcosa. C’è un’autoambulanza senza sirene. Scendo dalla macchina.

 

 

E’ entrato un uomo, nessuno l’ha visto. Tuo padre era dietro la bottega vicino al frigorifero. Gli ha sparato due colpi nello stomaco, è stramazzato a terra senza un lamento. Il sangue ha riempito le casse di ananas, i pomodori, la verdura. L’uomo è scomparso nel nulla, probabilmente è fuggito attraverso le rotaie.

 Ti intravedo tra la folla del quartiere.

“Hanno ammazzato il padre di Felice.”

“Ma cu fu?”

“Niente si sa, mischino…”

“Lo ha capito che lo stavano uccidendo, è scappato dietro la bottega, povero Matteo, balordo si, ma non cattivo” dice il macellaio.

Tua sorella grida, la suocera la tira, tu sei seduto a terra, hai le mani tra i capelli e ti tieni la testa che ciondola. Il vecchio arriva correndo, siete tutti qui. Le saracinesche dei negozi si abbassano. La polizia fa allontanare tutti. Fa spostare il camioncino celeste dei fiori. Esce la barella, intravedo un corpo imponente e lungo, è tuo padre e qualcuno te l’ha ammazzato. All’ora di pranzo aspetto il telegiornale locale che da la notizia.

Piango.

“Ma che fai piangi per un balordo?”

“Mi dispiace, non so, mi fa pena” dico fra le lacrime.

“Ma se non lo conoscevi, per essere ucciso era sicuramente un mala carne, guarda che foto…” la mia famiglia mi conosce e ancora si stupisce di fronte alle mie lacrime.

 

 

Passo il pomeriggio dietro i vetri, sono impressionata, quando vedi la morte è sempre un dolore. Penso all’operazione al cervello che dovevano farti.

 Continuo a piangere e capisco perché. Era il padre di Felice che è morto, non il fruttivendolo.

 

 

Il quartiere si sta popolando, nuove rivendite sorte come per magia, le case in cooperativa sono un affare, il borgo diventa propaggine di città e la città cresce a dismisura. Nuove persone arrivano a popolare la zona, gli ultimi alberi sono stati strappati dalla terra, la ex cisterna è diventata la base del generatore elettrico, la linea ferroviaria è stata dismessa, solo qualche acetosella resiste e fuoriesce disorientata dal cemento.

 

Lorena Salerno / tutti i diritti riservati / 5 febbraio 2008

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