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	<title>lorena salerno racconta</title>
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		<title>lorena salerno racconta</title>
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		<title>L&#8217;appuntamento</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 16:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenachescrive</dc:creator>
				<category><![CDATA[L&#039;appuntamento]]></category>

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		<description><![CDATA[Finalmente è morto! pronunciò quelle parole pentendosene immediatamente. Come poteva provare quella strana gioia lei che da tutti era sempre stata definita un angelo, lei che da anni puntualmente si recava a fargli visita. Per un attimo ricordò gli occhi del professore. Nascosti dietro antiquate montature con un filo dorato, gli occhi erano di un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenachescrive.wordpress.com&amp;blog=8663784&amp;post=10&amp;subd=lorenachescrive&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img title="professore" src="http://camillosanguedolce.files.wordpress.com/2009/05/croxford5.gif?w=431&#038;h=708&#038;h=708" alt="professore" width="431" height="708" /></p>
<p>Finalmente è morto! pronunciò quelle parole pentendosene immediatamente.</p>
<p>Come poteva provare quella strana gioia lei che da tutti era sempre stata definita un angelo, lei che da anni puntualmente si recava a fargli visita.</p>
<p>Per un attimo ricordò gli occhi del professore.</p>
<p>Nascosti dietro antiquate montature con un filo dorato, gli occhi erano di un azzurro disarmante, acqua del cielo… azzurro indefinibile che non rientrava in nessuna sfumatura cromatica.</p>
<p>Era già passato un anno, Anna ricordava con terrore l’ultima visita, ancora aveva presente la sua immagine durante il loro ultimo incontro, quando il professore – mentre declamava i versi foscoliani – continuava a  stringerle la mano, e le sue unghie da rapace mai intenerite dalla vecchiaia, le si conficcavano provocando una momentanea abrasione.</p>
<p>Il contatto con quel corpo da vecchio l’atterriva, quando lui l’abbracciava sentiva quel gracile essere avvinghiarsi e stringerla come se le dovesse rubare un alito di vita, ed era in quel momento che i suoi occhi diventavano trasparenti e l’azzurro si confondeva.</p>
<p>La cataratta poi ne rendeva lucido lo sguardo mentre continuava a recitare in un orgasmo declamatorio che gli faceva partire dagli angoli della bocca goccioline di saliva che ogni tanto prendevano direzioni inconsuete centrando bersagli imprevisti.</p>
<p>Poi si sedevano sul divano di damasco e lei, l’ex alunna, guardava gli oggetti del salone fra i quali troneggiava, stridente contrasto tra modernità e vetusta antichità, un televisore con casse incorporate e poi, nel fondo del salone, un’infinità di ninnoli, libri, cataloghi, fogli, fotografie, pizzi, centrini, ritagli di giornali, tappeti, quadri, ricordi di altre vite, un pianoforte e tende di velluto pesante verde bottiglia che non lasciavano mai filtrare la luce.</p>
<p>Il rituale della visita – che durava da decenni – nel corso degli anni era rimasto pressoché invariato: apriva la porta il figlio che con fare femmineo subito si giustificava “Porto un dolore ai piedi che mi dà la morte, scusami se non mi sono tolto le pantofole… come stai?… bene, bene ti trovo, papà è di là, accomodati  nel salone che lo vado a chiamare” mentre le stringeva una mano.</p>
<p>L’ex allieva consegnava l’obolo – un pacco di  dolci alle mandorle che lui afferrava con gesto repentino per poi scomparire con passo affannato dietro la porta del corridoio – ed entrando guardinga nel salone ritrovava tutto immobile negli anni, come se il tempo fosse solo una carezza, niente era cambiato rispetto all’anno precedente e all’anno prima ancora, neanche l’odore di mobili antichi e muffa.</p>
<p>Si sedeva immediatamente al centro del divano e aspettava l’ingresso del professore.</p>
<p>Dal fondo della casa arrivavano prima rumori sommessi, poi passi spediti e una voce che intonava da lontano il nome dell’allieva che scandito rimbombava lungo il corridoio.</p>
<p>“Anna, Annuzza… Annuzza… cattiva ragazza, disobbediente alunna, brutta bambina – la voce tremolante, rimproverava – Come ti puoi dimenticare del tuo vecchio professore di filosofia, come, come?”</p>
<p>La frequenza della voce  aumentava di intensità fin quando il professore appariva, con la vestaglia da camera a quadri.</p>
<p>Anna si alzava in piedi e lui l’afferrava per stringerla nella morsa degli abbracci.</p>
<p>“Che sei bella, ti sei ricordata… ma come mi puoi abbandonare così, Anna senza cuore – e iniziava a baciarla.</p>
<p>“Professore, sono qui.”</p>
<p>“E tuo marito, dov’è non lo portasti?”</p>
<p>“No, professore, mio marito sempre impegnato è.”</p>
<p>“E il piccolo? neanche lui hai portato?”</p>
<p>“Professore è raffreddato…”</p>
<p>“Brava Anna, sediamoci”  il professore afferrava la mano di Anna e  cominciava il diluvio di ricordi sempre uguali. La noia dell’incontro per sortilegio si tramutava in uno stato allucinatorio dove il tempo si smaterializzava e il salone si popolava di versi che il professore declamava sputacchiando, ma con veemenza.</p>
<p>“Ti ricordi… fatti non foste? Annuzza?”</p>
<p>Quel luogo diventava per magia un salotto letterario dove il giovin signore si svegliava, la musa Talia piangeva, Teresa baciava Jacopo, la ginestra più saggia e meno inferma combatteva il sotterraneo foco e ancora il velo delle Grazie avvolgeva i presenti.</p>
<p>“Papà basta, basta, offro qualcosa a d Anna” lo interrompeva il figlio, che negli ultimi tempi aveva acquistato un’aria più sbarazzina forse perché aveva finalmente eliminato l’orrido riporto e cambiato montatura. “Papà riposati un poco” e per incanto il professore si addormentava di colpo mentre il figlio continuava con filippiche contro la degenerazione dei costumi, suo argomento preferito.</p>
<p>“I tempi sono cambiati io glielo dico sempre a papà dove stiamo andando a finire di questo passo, i giovani non hanno più rispetto, i valori di un tempo sono morti e poi è cambiata la qualità della vita… tutto è caro, da quando sono entrati gli euro non si deve pensare più in lire perché non conviene, io quando vado al lido ormai l’entrata la devo pagare sei euro e menomale che mi porto il thermos perché una bottiglietta d’acqua è due euro…</p>
<p>Il monologo del figlio era cronometrato al secondo per permettere al padre il sonnellino post declamatorio, il professore riapriva gli occhi, il suo respiro si bloccava e mentre Anna temeva sempre che stesse per morire, si risvegliava lucidissimo:</p>
<p>“…Fatti non foste per viver come bruti! Sante porta il tabaren.”</p>
<p>Il figlio femmineo si alzava di scatto e immediatamente servizievole preparava il rinfresco.</p>
<p>Ogni tanto provenivano dalla casa rumori insoliti: una strisciata di sedia assordante rendeva reale una presenza invisibile, qualche passo felpato parlava di un’umanità nascosta là in fondo al corridoio.</p>
<p>Sante appariva con il vassoio.</p>
<p>“Tu papà, niente, che hai lo zucchero.”</p>
<p>“Figlio ingrato, una pasta di mandorla sola! Anna, Annuzza lo vedi  il mio carceriere senza cuore, peggio di Silvio Pellico mi finiu?”</p>
<p>E subito dopo serrava con forza la mano di Anna e apriva le danze della seconda parte della visita, a tema, che prevedeva la lettura delle recensioni del professore sulle varie opere filosofiche.</p>
<p>“Sante prendi l’articolo del 54” e Sante prontamente creava dal nulla un foglio che porgeva ad Anna.</p>
<p>“Leggi Anna, leggi, voce celestiale la tua…” il professore chiudeva gli occhi e accennava ad un sorriso beato da divino interlocutore, e Anna leggeva le recensioni del 67, del 70, dell’82 e via dicendo su ritagli sottolineati con la matita rosso e blu.</p>
<p>“Hai visto il tuo professore quante cose ha fatto, letto, scritto, tu Annuzza non devi dimenticare mai, la mente, la memoria, i libri, la cultura sono la nostra salvezza da quando mi sono spretato la mia vita è cambiata, ho capito i veri valori della vita.”</p>
<p>“Professore, lo so, vorrei avere un briciolo della sua memoria io…”</p>
<p>Anna si ricordò una delle sue ultime conferenze quando per la ricorrenza dei suoi ottant’anni, il professore declamava i canti del Paradiso a memoria, fra le alunne di un istituto magistrale  sghignazzanti e incuranti di quel commovente e portentoso omaggio che un uomo faceva ala poesia.</p>
<p>Avevano riso a crepapelle soprattutto quando il professore smarrito l’orientamento, alla fine del recital, si era diretto contro il muro della quinta, sbattendo violentemente il naso.</p>
<p>Anna si rammaricava di come certe volte anche lei aveva ridacchiato alle spalle del professore, perché da giovani non si fanno mai i conti con la vecchiaia.</p>
<p>“Papà è permesso?”</p>
<p>Ed ecco improvvisamente apparire davanti la porta la figlia del professore, una mancata cantante lirica dall’inquietante nome – Amina – che  dimessa ed afflitta da una tosse stizzosa, entrava nel salone.</p>
<p>“Anna, sempre in forma” le diceva salutandola sbrigativamente e subito un elenco interminabili di malanni che le affliggevano cuore e mente, malanni che rosicchiavano le sue corde vocali, che attentavano alla bellezza di un tempo, tormenti che le impedivano di cantare come ad esempio  una terribile esofagite di riflusso che la faceva ruttare continuamente.</p>
<p>Aveva smesso momentaneamente  di cantare perché ad ogni fine di canzone provava un calore al centro dello stomaco e doveva correre ad ruttare.</p>
<p>Le ore risuonavano inesorabili scandite dall’orologio a pendolo, ecco che Anna tentava di alzarsi per tagliare la corda ma le mani rapaci del professore la obbligavano ad assistere alla terza parte della visita: la proiezione.</p>
<p>Dal televisore troneggiante, prontamente Sante collegava cavi elettrici e in un attimo apparivano dallo schermo concerti di tenori sconosciuti in Italia ma noti all’estero: le loro arie erano canticchiate in coro durante l’esibizione, tranne dalla figlia che ruttando scuoteva la testa in senso di diniego.</p>
<p>Per fortuna Anna sapeva che i minuti previsti per la parte non erano più di venti e in quel tempo pensava a suo padre – collega un tempo del professore – di cui con queste visite onoravano  in un certo senso la memoria.</p>
<p>I venti minuti si arenavano interminabili, gli applausi del concerto dal vivo testimoniavano la bravura dell’acclamato tenore, il professore applaudiva entusiasta di come la musica e il canto nobilitassero l’animo.</p>
<p>Con fare subitaneo si rizzava in piedi e dava avvio all’ultima scena della visita: un’esibizione dal vivo al pianoforte.</p>
<p>Il gruppo si spostava repentinamente nell’altra ala del salone, dove su un comodo sgabello veniva sistemato il professore, poi veniva tolto il panno dai tasti e in silenzio iniziava il concerto casalingo, il professore chiudeva gli occhi vinto da una profonda estasi e cominciava a suonare.</p>
<p>Anna, seduta in poltrona, ascoltava gli assoli e i virtuosismi del vecchio e concentrava l’attenzione sulle mani del professore che da artigli diventavano fili di seta che scorrevano con maestria sui tasti. Si stupiva di come a quell’età un uomo potesse ancora creare emozioni.</p>
<p>Il momento clou del concerto prevedeva anche una composizione da autodidatta intitolata “Mamma” che il professore cantava con voce tremula e con occhi lucidi.</p>
<p>Sante estraeva dal taschino un fazzoletto che serviva ad asciugare le lacrime e anche qualche sputo di catarro.</p>
<p>La scena provocava una commozione intensa a tutta la famiglia, per l’occasione entrava anche la moglie del professore che accarezzava i capelli del marito e tratteneva un singhiozzo.</p>
<p>La donna conservava i tratti di un’antica bellezza: occhi verdi, carnagione bianca e sorriso aggraziato. Anna si ricordava bene la storia che aveva legato il professore alla moglie molto più giovane, una ballerina rumena che lo aveva sposato per amore e lo aveva seguito in Italia facendolo spretare.</p>
<p>“Lo vedi Annuzza, questa canzone è stata scritta per mia madre, l’amore di un figlio devoto dura tutta la vita, ho compiuto a novembre 93 anni e ancora la ricordo come se fosse ieri” e cominciava a singhiozzare.</p>
<p>“Papà smettila, finiscila va, che ti salgono gli zuccheri – diceva Sante infastidito.</p>
<p>“Anna, voglio farti un regalo – diceva il professore – questo è lo spartito della canzone, promettimi che la farai suonare al piccolo Pietro.”</p>
<p>“Grazie” diceva Anna, con lo spartito in mano di cui riceveva ennesima copia. Ogni anno si ripeteva anche la scena finale del regalo.</p>
<p>Finalmente la visita volgeva al termine, il figlio accompagnava il padre nella saletta del congedo dove il professore piangeva mentre l’abbracciava;  ad Anna sembrava che il professore la toccasse in tutte le varie parti del corpo che lei offriva come simbolo sacrificale al vecchietto.</p>
<p>“Dimmi che verrai ancora Anna, ma non mi fare aspettare un altro anno, vieni prima, giuramelo sulla memoria di tuo papà.”</p>
<p>“Senz’altro, professore, non posso dimenticarlo il nostro appuntamento.”</p>
<p>E Anna si congedava felice di fuggire via da quella trappola, pensava che un anno sarebbe stato lungo, per fortuna.</p>
<p>Correva giù dalle scale, si richiudeva dietro le spalle il pesante portone e cominciava a respirare l’aria della libertà.</p>
<p>Passarono altri cinque anni e altrettanti incontri: è per questo che quando un giorno per caso lesse il trafiletto della morte del professore provò sollievo e se ne vergognò come una ladra.</p>
<p>Si era spento come foglia tremula senza riuscire a compiere cent’anni.</p>
<p> </p>
<p align="right">Copyright © Lorena Salerno</p>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 16:12:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenachescrive</dc:creator>
				<category><![CDATA[Felice... un altro]]></category>

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		<description><![CDATA[Sei rimasto a terra con il motorino, era buio fitto, nella provinciale le macchine sfrecciano a velocità. Per fortuna il tir aveva i fari alti ed illuminava la strada, il camionista ha visto prima un ferro vecchio abbandonato – il tuo motorino – e poi una scarpa, un fagotto, un cartone bianco. Ha frenato, si [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenachescrive.wordpress.com&amp;blog=8663784&amp;post=8&amp;subd=lorenachescrive&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;"><img src="http://www.qds.it/immagini/55.jpg" alt="" width="325" height="433" /></p>
<p>Sei rimasto a terra con il motorino, era buio fitto, nella provinciale le macchine sfrecciano a velocità. Per fortuna il tir aveva i fari alti ed illuminava la strada, il camionista ha visto prima un ferro vecchio abbandonato – il tuo motorino – e poi una scarpa, un fagotto, un cartone bianco. Ha frenato, si è reso conto che il cartone bianco era un corpo, il tuo.</p>
<p>Eri piegato come un’acrobata, scomposto, disarticolato, avevi la bocca aperta, gli occhi spalancati, sembravi morto. Ma i camionisti a volte hanno il cuore grande e ti ha trascinato sul bordo ed ha sentito un sibilo provenire dalla tua bocca.</p>
<p>”Nu treno c’arrive mez’ora in ritardo… ‘0 core tremmava st’ammore aspettava…”</p>
<p>Il sibilo erano parole impastate di sangue, parole di una canzone di Gianni Celeste, il tuo idolo preferito, parole disperate.</p>
<p>Ti ha lasciato all’ospedale e sei entrato in coma per un mese.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>“Non voglio andare ad abitare lì, è disabitato, il quartiere è isolato, è solo campagna.”</p>
<p>“Vedrai avere una casa tutta tua sarà un privilegio, hanno scelto questa zona popolare per la costruzione degli alloggi della cooperativa.”</p>
<p>“Ma ci saranno ladri?”</p>
<p>“No, non penso, ci saranno solo le tue paranoie.”</p>
<p> </p>
<p>E’ là che ti ho visto per la prima volta, camminavi a piedi, eri appena un ragazzino, con la faccia brutta e l’espressione incattivita: infastidito ti sei fermato per fare passare la nostra macchina in quella strada stretta e tortuosa piena di polvere.</p>
<p> Mi hai guardato, eri sorpreso: chi cazzo era mai questa macchina invadente che arrivava alla fine della strada dove c’era il tuo regno nascosto?</p>
<p>Avrebbero sradicato la torre, divelto la cisterna e costruito un palazzo nuovo di cemento. Ti ho visto nasconderti per spiare, dietro la vegetazione incolta mentre noi osservavamo il terreno.</p>
<p>Ingegneri, architetti, geometri, strateghi, tutti misuravano, calcolavano le distanze, contavano passi, e tu in silenzio come un  fantasma osservavi la scena, con un occhio solo, perché l’altro ce l’avevi chiuso. Un difetto? una malformazione? un vezzo forse.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>La torre venne imbracata con delle funi, poi un’esplosione terribile la cancellò: era il tuo rifugio, lì fumavi i tuoi mozziconi di sigaretta, lì sfogliavi avidamente le riviste pornografiche con le tette delle bionde che esplodevano nei tuoi desideri, lì conservavi la tua refurtiva, le tue caramelle gommose che si scioglievano in bocca e ti coloravano le labbra di rosso fragola.</p>
<p>Quel giorno il tuo unico occhio ha iniziato a lacrimare, hai impiccato una lucertola e dopo ti sei divertito a vedere la sua coda tranciata muoversi sull’asfalto, ti sei girato ed hai sentito il fragore delle pietre della torre che crollava. Polvere, lacrime…</p>
<p> </p>
<p>Il palazzo grigio venne costruito velocemente, si ergeva come una piovra. L’unica nota di colore era rappresentata da fioriere incorporate nei balconi dove sarebbero cresciuti fiori meravigliosi ed ancora infissi di metallo e vetri trasparenti che conferivano un’aria mostruosa al nuovo gigante di cemento. Una creazione futurista in mezzo alla campagna piena di acetoselle gialle, pini selvatici, oleandri.</p>
<p>Un pugno nell’occhio, un lampo violento che si assestava nell’ambiente e che parve bellissimo ai futuri proprietari il giorno che si abbracciarono stretti e stapparono una bottiglia di prosecco per festeggiare la consegna degli appartamenti. Tu non c’eri quel giorno e io non ti pensai più.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>          Nel quartiere abbandonato due o tre negozi, un alimentare, un bar, un fruttivendolo. I nuovi proprietari delle case in cooperativa colonizzavano il quartiere.</p>
<p>Un giorno per caso nel cortile dietro la bottega fra pile di cassette, ortaggi andati a male, c’eri tu, aiutavi il vecchio proprietario del negozio di frutta.</p>
<p>“E’ mio nipote, non ni mancia scuola, si accontenta di stari ccu mia” mi dice il vecchio gentilmente.</p>
<p>“Che peccato, ma si è preso almeno la terza media?”</p>
<p>“Ca quali… a quinta alimentare è arrivato, è intelligente ma da quando è morta so matri ha perso la testa…”</p>
<p>“Poverino” dissi con il mio italiano perfetto che arrivò come una stilettata nell’aria fradicia della bottega.</p>
<p>“Accumpagna a signora, Felice, portaci i busti” e di malavoglia mi hai portato i sacchetti fino alla macchina, mi avevi riconosciuto, ma facevi finta di niente.</p>
<p>“Grazie” ti ho detto ma te ne sei andato senza neanche ascoltarmi.</p>
<p>Che strano nome  avevi ho pensato.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>“Mamma ancora raccontami la storia di Felice.”</p>
<p>“Felice era un bambino molto cattivo, sempre da solo andava nel pozzo ed uccideva gli animaletti dopo averli torturati… un giorno però ti ha salvato la vita, tu non te lo ricordi, ti eri avventurato nella campagna e lui ha rischiato la vita, si è arrampicato attraverso una fune d’acciaio e ti ha tirato giù, ma incautamente ha sbattuto con una punta acuminata e ha perso un occhio….” Era ormai da mesi che il mio bambino si addormentava con la favola di Felice frutto della fantasia che l’aveva trasformato in un supereroe…</p>
<p>A volte mi affacciavo dietro i vetri e ti vedevo da lontano, ti inoltravi dove ancora rimaneva un po’ di campagna, solitario ti vedevo arrampicare sugli ultimi alberi, poi scomparivi.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>L’unica strada che eravamo obbligati a percorrere per uscire dal condominio era strettissima e spesso ti vedevo dietro i finestrini del Mercedes di tuo padre. Era un tipo losco, lo immaginavo vedovo e mi faceva una strana compassione, tu ti sedevi accanto e dietro una ragazzina con i capelli inanellati. Eravate orfani, immaginavo, la mamma morta, e voi eravate rimasti con quel padre con i capelli lunghi e due lunghi baffi a spiovere su una faccia rotonda e butterata.</p>
<p>Era sgraziato, urlava sempre, sembrava alcolizzato e nei miei pensieri questa strana famiglia mi metteva inquietudine. Poi venni a sapere dal macellaio la verità: la mamma non era morta, se ne era andata via da casa, era fuggita con il casellante della littorina che attraversava quella zona di campagna collegandola al  resto della città, e aveva lasciato i due figli. Tuo padre da allora passava il suo tempo all’angolo della via: lo vedevo spesso con i suoi compagni di strada, ridevano, guardavano le donne d’altri e forse concertavano affari illeciti, lì all’angolo buio dietro una fittizia vendita di piante fiorite ammucchiate dentro un camioncino celeste.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>“Loro ti osservano sempre, conoscono i tuoi passi, sanno i tuoi movimenti, i tuoi respiri” ricordavo le parole di un mio alunno e forse per questo mi piaceva osservare quel gruppo di gente.“Pensi di non essere niente e nessuno per loro, ma sanno tutto di te e mentre meno te lo aspetti ti colpiscono”</p>
<p>Ed era vero.</p>
<p>Ma questa volta ero io a sapere di loro.</p>
<p>Potevo ricostruire la fisionomia di quel gruppo. Tuo padre si appoggiava al muro con la gamba ritirata come per sostenersi, accanto il titolare del camioncino celeste che vendeva piante, spesso arrivava con passo veloce da una discesa un uomo senza età che salutava tutti e che entrava al bar a farsi una birra, e ancora volti giovani e meno: il nipote del vecchio, ben vestito con gli occhiali D&amp;G, alcuni suoi compagni occasionali.</p>
<p>Tu non facevi parte del gruppo, lavoravi dentro la bottega ma avresti pagato sacchi d’oro per essere con loro.</p>
<p>Alla compagnia – che sostava intere giornate – a volte si univa un uomo elegantissimo dall’eleganza esagerata. Capelli gellati rigorosamente neri all’indietro, giacca spesso senza cravatta e guanti neri.</p>
<p>Ogni volta che attraversavo la strada i suoi occhi mi seguivano e la mia sfacciataggine non mi faceva abbassare lo sguardo: mi attiravano le sue mani guantate di nero, la postura del suo fisico. C’era qualcosa d’innaturale che lo rendeva finto.</p>
<p>Un giorno entrò dietro di me dal vecchio fruttivendolo.</p>
<p>“Antonio, che eleganza, ti stai iennu a maritari?”</p>
<p>“No, sempre elegante sugnu, porto un po’ di luce in questo quartiere buio” sorrideva Antonio mentre io facevo finta di scegliere la verdura.</p>
<p>“Ho finito ieri di girare, e ora mi riposo un po’…”</p>
<p>Il vecchio gli porse una mela e mentre usciva si lasciò scappare: “Macari l’attori avemu nel quartiere, peccato però…”</p>
<p>“E’ un attore?”</p>
<p>“Un attore con i guanti è Antonio. Non per prenderlo in giro, signora mia, una disgrazia lo ha colpito quand’era ragazzino… Antonio è sempre stato amico di mio figlio, quando era piccolo era scavaddato e qua questa zona era tutta piena di campagna e di sciara, prima i carusi si arriccriavano a giocare. Poi iniziarono le costruzioni e i cantieri, un giorno mentre si arrampicava in quelle maledette rotaie della littorina che stavano costruendo abbracciò quei fili della corrente e gli si carbonizzarono in un solo istante le braccia – e sottolineò con un filo di voce  – tutte e due d’un colpo. Stesi fra la vita e la morte per un intero mese, poi il signore non se lo chiamò e con tanti sacrifici ci accattanu dui braccia di ligno… da allora vive ma è fortunato, Antoniucciu, perché ha un bel personale e si misi a girari film…”</p>
<p>“Film? Ma che film?”</p>
<p>“Lei sti film non si pò vidiri, ci l’ha dire a so marito, film sporchi sono, mi capisce” disse ridendo.</p>
<p>Sei uscito come una furia da dietro la bottega: “Nonno, statti muto, ma quanto parri, chi ci racconti a signora!”</p>
<p>Un uomo senza braccia… da allora quando lo incontro abbasso sempre lo sguardo.</p>
<p>Sono gli amici di tuo padre.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Sei entrato dal macellaio, sei dietro di me, mi spavento sembri un morto.</p>
<p>Ti saluto, ma nemmeno mi guardi, vuoi un panino e una coca cola, ti faccio passare, con la coda dell’occhio ti guardo, sei cresciuto,  sei altissimo.</p>
<p>“Mischino, si è consumato  – mi dice il macellaio appena esci – e il brutto è che chi l’ha investito è scappato, l’assicurazione non paga e ha bisogno di un’operazione al cervello… si consumau, si rovinau la vita.”</p>
<p>Ti sei risvegliato dal coma, ma il tuo corpo è rimasto offeso dall’incidente. La tua camminatura ondeggia, sembri in mezzo al mare, cicatrici hanno spezzato il tuo volto, sei pelle e ossa, sembri malato, ti vedo andar via.</p>
<p>Felice di che cosa? ossimoro, contrasto, mi dispiace per te, gli ultimi alberi li hanno sradicati, non vieni più di fronte casa mia, ormai hanno costruito una piazza e una scuola.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>La ragazza con i capelli inanellati e gli occhi neri è fuggita da casa.</p>
<p>Tu e tuo padre l’avete cercata per mare e monti, era nascosta bene, il figlio di quello del bar di fronte al tuo negozio, essere brutto e sgradevole se l’è portata. Il fidanzamento è combinato, la nuova suocera, brutta come la mala sorte ridendo mi confida: “Ah signora, certo lei è una ragazza poco seria, me figghiu un angelo è.”</p>
<p> La guardo atterrita, lascia scoprire i suoi denti guasti e un tanfo di acidità le esce dalla bocca.</p>
<p>La signora è ricchissima gestisce la nuova merceria all’angolo.</p>
<p>Che vuole, si sono innamorati! io glielo ho detto a mio figlio, l’amor vince su tutto, che vuoi figghiu mio?” mi dice mentre incarta la merce, le guardo le mani dove brillano tre fedi d’oro all’anulare.</p>
<p>Come potrà povera ragazza farsi toccare da quel mostro glabro, con gli occhiali doppi, i denti in fuori e i pantaloni alti? Me lo chiedo, quella povera bambola si trasformerà come tutte le donne del vicinato. Forse lei no, è furba, si è preso il ricco e forse farà una vita da signora. Forse.</p>
<p>La vedo mesi dopo, alla fermata dell’autobus, è incinta, il mostro ha colpito, è bella ma io la vedo maledettamente triste. E tu sei accanto a lei. La proteggi.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Tuo nonno ha lasciato la rivendita di frutta a tuo padre. Si è messo in pensione il vecchio, tu sei diventato il padroncino. Ti dai arie di sufficienza quando incarti la frutta, tuo nonno mi dava quella migliore tu metti dentro la busta quella peggiore. Quando pago, osservo le tue mani  malferme, ti è rimasto un tremito. Il tuo volto si sta trasformando, le cicatrici invece di sbiadire con il tempo si marcano nei tuoi lineamenti. Non verrò più nella tua bottega. Lo decido quando trovo nel sacchetto l’ennesima  patata marcia…</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Sono in fila. La polizia fa deviare, la strada è transennata.</p>
<p>E’ successo qualcosa. C’è un’autoambulanza senza sirene. Scendo dalla macchina.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>E’ entrato un uomo, nessuno l’ha visto. Tuo padre era dietro la bottega vicino al frigorifero. Gli ha sparato due colpi nello stomaco, è stramazzato a terra senza un lamento. Il sangue ha riempito le casse di ananas, i pomodori, la verdura. L’uomo è scomparso nel nulla, probabilmente è fuggito attraverso le rotaie.</p>
<p> Ti intravedo tra la folla del quartiere.</p>
<p>“Hanno ammazzato il padre di Felice.”</p>
<p>“Ma cu fu?”</p>
<p>“Niente si sa, mischino…”</p>
<p>“Lo ha capito che lo stavano uccidendo, è scappato dietro la bottega, povero Matteo, balordo si, ma non cattivo” dice il macellaio.</p>
<p>Tua sorella grida, la suocera la tira, tu sei seduto a terra, hai le mani tra i capelli e ti tieni la testa che ciondola. Il vecchio arriva correndo, siete tutti qui. Le saracinesche dei negozi si abbassano. La polizia fa allontanare tutti. Fa spostare il camioncino celeste dei fiori. Esce la barella, intravedo un corpo imponente e lungo, è tuo padre e qualcuno te l’ha ammazzato. All’ora di pranzo aspetto il telegiornale locale che da la notizia.</p>
<p>Piango.</p>
<p>“Ma che fai piangi per un balordo?”</p>
<p>“Mi dispiace, non so, mi fa pena” dico fra le lacrime.</p>
<p>“Ma se non lo conoscevi, per essere ucciso era sicuramente un mala carne, guarda che foto…” la mia famiglia mi conosce e ancora si stupisce di fronte alle mie lacrime.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Passo il pomeriggio dietro i vetri, sono impressionata, quando vedi la morte è sempre un dolore. Penso all’operazione al cervello che dovevano farti.</p>
<p> Continuo a piangere e capisco perché. Era il padre di Felice che è morto, non il fruttivendolo.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>Il quartiere si sta popolando, nuove rivendite sorte come per magia, le case in cooperativa sono un affare, il borgo diventa propaggine di città e la città cresce a dismisura. Nuove persone arrivano a popolare la zona, gli ultimi alberi sono stati strappati dalla terra, la ex cisterna è diventata la base del generatore elettrico, la linea ferroviaria è stata dismessa, solo qualche acetosella resiste e fuoriesce disorientata dal cemento.</p>
<p> </p>
<p style="text-align:right;">Lorena Salerno / tutti i diritti riservati / 5 febbraio 2008</p>
<br />Pubblicato in: Felice... un altro  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lorenachescrive.wordpress.com/8/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lorenachescrive.wordpress.com/8/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lorenachescrive.wordpress.com/8/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lorenachescrive.wordpress.com/8/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/lorenachescrive.wordpress.com/8/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/lorenachescrive.wordpress.com/8/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/lorenachescrive.wordpress.com/8/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/lorenachescrive.wordpress.com/8/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lorenachescrive.wordpress.com/8/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lorenachescrive.wordpress.com/8/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lorenachescrive.wordpress.com/8/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lorenachescrive.wordpress.com/8/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lorenachescrive.wordpress.com/8/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lorenachescrive.wordpress.com/8/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenachescrive.wordpress.com&amp;blog=8663784&amp;post=8&amp;subd=lorenachescrive&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Cavallo pazzo</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 16:08:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenachescrive</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cavallo pazzo]]></category>

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		<description><![CDATA[“Èntralo quel maledetto uccellino… ti dissi, tràsilo!… Ti odio cardellino fituso!…  Pipipiì… pipipì… basta, non ti posso sentire più!”. Dietro i vetri dei balconi i condomini nascosti ascoltavano le urla della signorina Santagàti che la mattina si affacciava per lanciare invettive al verde cardellino della signora di fronte. Poi, quando le urla diventavano violente e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenachescrive.wordpress.com&amp;blog=8663784&amp;post=6&amp;subd=lorenachescrive&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p>“Èntralo quel maledetto uccellino… ti dissi, tràsilo!… Ti odio cardellino fituso!…  Pipipiì… pipipì… basta, non ti posso sentire più!”.</p>
<p>Dietro i vetri dei balconi i condomini nascosti ascoltavano le urla della signorina Santagàti che la mattina si affacciava per lanciare invettive al verde cardellino della signora di fronte. Poi, quando le urla diventavano violente e gli improperi si facevano più minacciosi, ecco che accorrevano in soccorso i due fratelli della signorina che apparivano sul balcone e, strattonandola con energia, la facevano rientrare.</p>
<p>Lei con l’ultimo guizzo di un cavallo imbizzarrito si scioglieva dalla morsa dei fratelli e urlava ancora con una voce in falsetto: “Te lo ammazzerò, u coddu ci scipperò!” ma questa volta, agguantata con forza, scompariva dentro casa.</p>
<p>I fratelli della signorina erano mortificati, e quando nel corso delle giornate incontravano qualcuno dei condomini all’interno dell’androne, sempre con il volto costernato e supplice di chi aveva il morto per casa erano, e per senso di colpa stracolmavano di gentilezze l’inquilino di turno. Melo portava i pacchi alle signore, la sorella grande si faceva consegnare gli avvisi delle raccomandate, aprivano il portone a chi si attardava: insomma cercavano scuse per farsi perdonare quella sorella stramba che avevano.</p>
<p>A volte si soffermavano per complimentarsi con i condomini che incontravano:</p>
<p>“Che bella signorina! Ma chi sei, ‘a figghia d’o prufissuri?… Melooo! – chiamava poi la sorella maggiore mentre entrava nell’ascensore e con fare maldestro inseriva le cinque lire nella gettoniera che conduceva al piano, – Come sei cresciuta signorina!” e sorridendo mostrava la capsula d’oro che rivestiva il suo dente. Poi rivolgendosi al fratello: “Melo, tu sali a piedi ca scambio due parole c’a signurinedda mentre saliamo…” – e continuava con i complimenti mentre Melo, per fortuna, saliva a piedi.</p>
<p>Per fortuna, perché quando i condomini lo incontravano nessuno voleva salire con lui a causa del terribile odore che la sua pelle emanava, odore che rimaneva imprigionato per interi istanti nelle narici, indescrivibile puzza, fetore e miasma insopportabile che seguiva Melo fino alla porta del suo appartamento per poi disperdersi nella tromba della scala. Una croce che rendeva Melo inviso alla maggioranza degli inquilini.</p>
<p>Però Melo gentilissimo era, ma oltre la puzza aveva un altro difetto fisico per i condomini: era rosso di capelli. “Pilu russu infame” diceva a denti stretti il cavaliere Marletta mentre Melo faceva il baciamano alla sua signora dinanzi il portone.</p>
<p>Poi, fratello medio e sorella grande, rientravano nel loro appartamento dove la sorella piccola li aspettava. Spalancava la porta come se stesse da sempre ad aspettare il rientro in casa dei fratelli.</p>
<p>I Santagàti famiglia strana erano, e i condomini avevano coniato tre soprannomi in codice per i tre membri della famiglia: la “cannalora” o la “carrozza del senato” era l’epiteto rivolto alla maggiore, “pesce stocco” al fratello e “cavallo pazzo” alla più piccola.</p>
<p>Uscivano spesso il venerdì per la spesa e vederli tutti e tre impupati era un vero spettacolo: per l’occasione, Melo al centro fra le due sorelle come un cavaliere le proteggeva, la Cannalora si metteva il cappotto buono e Cavallo Pazzo camminava con aria apparentemente serena. Entravano al supermercato del quartiere, tutti e tre si aggiravano tra gli scaffali a controllare i prezzi e la vedova Franciola giurava che dopo la spesa li vedeva in pasticceria ad abbuffarsi di dolci.</p>
<p>Ma non era cosi, era che il venerdì facevano le corna al colesterolo e si mangiavano l’unico dolce della simana, sempre lo stesso: un babà al rhum per la “cannalora”, un iris bianco per “stoccafisso” e un cannolo – rigorosamente alla ricotta – per “cavallo pazzo”. Mangiavano beandosi i tre fratelli, mangiavano con stupore, famelicamente, e in quel momento, tre picciotteddi, sembravano. Poi ritornavano a casa e si chiudevano con il fermo nella porta già alle sei del pomeriggio.</p>
<p>L’indomani mattina le stesse urla svegliavano il palazzo. “Ha’ mòriri, cardellino fituso… e tu inutile che ridi, che apposta lo lasci fuori! – diceva poi alla padrona che s’affacciava, e puntualmente Melo si affacciava in canottiera e faceva rientrare la sorella.</p>
<p>Però, quando capitava nel corso della giornata che Cavallo Pazzo usciva, sembrava normale: niente faceva intuire agli estranei che era proprio lei ad inveire alle sei del mattino contro il cardellino verde, niente del volto della signorina indicava anomalie, forse solo un impercettibile tic, quando energicamente spingeva in alto i suoi capelli lisci come fili di spaghetti. Solo che poi il tic aumentava di frequenza fino a diventare da iniziale vezzo a movimento frenetico, ma ormai chi la conosceva non ci faceva caso. Con la sua Ottocentocinquanta verde pallido andava a sbrigare commissioni e lasciando la frizione a scatto faceva sobbalzare la macchina scomparendo nella via.</p>
<p>Nessuno era mai stato dentro l’appartamento dei Santagàti, così ogni scusa era buona per bussare alla porta, che il condominio intero moriva di curiosità, ma se i fratelli  aprivano mai facevano entrare estranei.</p>
<p>Certe volte ad aprire era la sorella grande: un odore di viola anticipava la sua vista, ed era sempre ingioiellata di tutto punto: bòccole d’oro, catena d’oro, medaglione d’oro e, quando rideva, capsula d’oro.</p>
<p>“Chi è?” chiedeva con voce energica la signorina grande.</p>
<p>“Il capo condomino sono, signorina, la ricevuta dell’acqua le ho portato.”</p>
<p>“Grazie, gentilissimo.”</p>
<p>E con fare simultaneo apriva la porta ma la richiudeva immediatamente dietro di sé e ringraziava con un’aria leggermente civettuola scusandosi del fatto che troppo disordine c’era, e non poteva farlo accomodare.</p>
<p>Altre volte, invece, i fratelli si trinceravano dietro la porta blindata, senza aprire nemmeno con la catenella.</p>
<p>“Signorina, un telegramma le ho preso.” riprovava  un condomino di turno.</p>
<p>“Grazie, lo lasci nella buca, che in sottana sono.”</p>
<p>“Signor Santagàti, deve firmare la raccomandata.”</p>
<p>“La metta nella buca, perché indisposto sono.”</p>
<p>Niente, nessuno. Si vociferavano cose terribili, che la spazzatura li sommergesse, che avevano dei gatti feroci, che ci abitava con loro un fratello deforme… ma nessuno era mai riuscito ad entrare in casa. E anche alla riunione di condominio che a giro si teneva nell’appartamento di tutti gli inquilini, i tre fratelli riuscivano sempre a saltare il proprio turno con scuse misteriose ed imprevedibili.</p>
<p>“Giusto giusto la casa si è allagata… che fa, domani, la spostiamo a casa sua la riunione?”</p>
<p>E neanche visite di parenti ricevevano, e persino la bombola del gas la facevano lasciare dietro la porta. Si diceva, ancora, che ricchissimi erano, perché avevano ereditato tre campagne e un limoneto intero.  Un muro, un valico insormontabile, i Santagàti.</p>
<p>I tre fratelli sembrava vivessero all’unisono, avevano smesso di lavorare ed erano stati collocati a riposo tutti e tre nello stesso anno.</p>
<p> Melo faceva il contabile all’INPS e le due sorelle le maestre di scuola elementare solo che – la più piccola – dopo anni di onorato servizio era stata esonerata dall’insegnamento e, prima utilizzata in segreteria, poi in biblioteca, dove, inabile all’insegnamento, compilava e catalogava interminabili elenchi di libri.</p>
<p> Nella biblioteca della scuola le avevano ricavato un ambiente personalizzato simile ad un gabbiotto con i vetri trasparenti, le avevano dotato una scrivania, una poltrona girevole e…scriveva, “cavallo pazzo”, scriveva.</p>
<p>Quando qualche collega entrava in biblioteca lei, con scatti sempre nervosi ma servizievoli, cercava il volume che le veniva richiesto. Poi  ritornava a sedersi e spesso si fermava con aria assorta.</p>
<p>“Così mi dovevo ridurre, a cercare librazzi per ‘sti tinti colleghi, dopo trentadue anni di onorato servizio! Intere generazioni ho allevato, e ora retrocessa di grado in questo cesso di biblioteca. Tutta colpa di iddu… – e parlava, e compilava elenchi. – Giovane supplente di ventidue anni, un fiore ero, illibata, onorata e fidanzata con il figlio dell’avvocato Pennisi… non dovevo accettare l’incarico di insegnamento nella frazione di quel maledetto paesino. Altri tempi erano! L’indipendenza economica mi futtiu a vita. Quando lo incontrai mi piacque molto, bel personale, sempre elegante, profumato, alto, dinoccolato, faceva il commesso viaggiatore e arrivava con il treno da Fibertina ogni giovedì. Apriva le sue valigie, quando ci riunivamo al circolo, e mostrava eleganti orologi, orecchini d’oro e a volte anche i brillanti, portava. Appena apriva le custodie mi mangiava con gli occhi… intrignu mi guardava… e io sentivo un càudo che mi infuocava il petto…”</p>
<p>Ma non riusciva a completare il suo ricordo perché piangeva, cavallo pazzo, piangeva a dirotto e non si fermava più, e per non farsi vedere dai colleghi impiccioni tirava le tende del suo gabbiotto e attaccava un cartello con su scritto: “non disponibile” e scompariva nell’oscurità.</p>
<p> Nessuno dei condomini era a conoscenza dell’onta che la povera signorina era stata costretta a subire: il commesso viaggiatore non era altro che un impostore, che travestito da uomo affascinante l’aveva corteggiata e persino baciata lì sotto la voliera della villa comunale di Fibertina. Lei non aveva voluto cedere e aveva respinto le avances ma il commesso viaggiatore – per sfregio – aveva scritto una lettera all’avvocato Pennisi descrivendo le nefandezze erotiche della signorina Santagàti, e il figlio dell’avvocato prontamente la lasciò. Disonorata ma illibata, senza aver colpa di nulla, non venne creduta da nessuno perché gli unici testimoni a quel casto bacio –ahimè – non potevano parlare perché cinguettavano.</p>
<p>La signorina, tornata nella sua cittadina, si lasciò andare chiudendosi in un mutismo quasi autistico, squarciato solo dal grido che alle sei di ogni mattino arrivava come stilettata mentre il palazzo sonnecchiava.</p>
<p>“Buttana, la copertina ci devi mettere al cardellino, così non vede la luce e non si porta il cervello!”.</p>
<p>In fondo, ad eccezione della sveglia mattutina, nessuno si accorse che il tempo passava e che i fratelli Santagàti invecchiavano, come tutti del resto. Le urla di cavallo pazzo entrarono a far parte della vita quotidiana di tutti, per cui nessuno si preoccupò quando un giorno la sentirono lanciare invettive contro i piccioni che sorvolavano la sua casa e contro le rondini che planavano nella sua veranda. Nessuno se ne accorse che ormai afona, da dietro la porta di casa, da giorni interi minacciava di sterminare i volatili, e nessuno, nell’indifferenza totale, sentì dei lamenti provenire dall’appartamento e solo dopo una settimana, i condomini, finalmente, riuscirono ad entrare, sfondando la porta.</p>
<p>Cavallo Pazzo era morta dietro la porta, la Cannalora, colta da ictus, era agonizzante ormai da giorni sul letto matrimoniale e Melo, con un elegante giacca da camera, seduto in poltrona aveva sicuramente avuto un attacco di cuore fulminante.</p>
<p>I condomini riempirono la casa di orme, di sguardi, profanando i segreti dei Santagàti. Nessun gatto feroce, nessun fratello deforme… trovarono solo in una stanzetta una collezione di uccelli di ceramica dai colori sgargianti e poi molto ordine, troppo ordine. Se ne andarono così i Santagàti e l’appartamento toccò ad un’erede che abitava fuori città e fu immediatamente venduto.</p>
<p>E il cardellino scomparì dal balcone di fronte.</p>
<p> </p>
<p style="text-align:right;"> 5 febbraio 2009 Lorena Salerno © tutti i diritti riservati</p>
<br />Pubblicato in: Cavallo pazzo  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/lorenachescrive.wordpress.com/6/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/lorenachescrive.wordpress.com/6/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/lorenachescrive.wordpress.com/6/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/lorenachescrive.wordpress.com/6/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/lorenachescrive.wordpress.com/6/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/lorenachescrive.wordpress.com/6/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/lorenachescrive.wordpress.com/6/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/lorenachescrive.wordpress.com/6/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/lorenachescrive.wordpress.com/6/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/lorenachescrive.wordpress.com/6/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/lorenachescrive.wordpress.com/6/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/lorenachescrive.wordpress.com/6/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/lorenachescrive.wordpress.com/6/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/lorenachescrive.wordpress.com/6/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenachescrive.wordpress.com&amp;blog=8663784&amp;post=6&amp;subd=lorenachescrive&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Carmela</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2009 16:05:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lorenachescrive</dc:creator>
				<category><![CDATA[Carmela]]></category>

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		<description><![CDATA[Il carrellino della spesa a disegno scozzese era stato uno degli ultimi orribili regali che i nipoti, ogni natale, facevano trovare sotto l’albero alla zia Carmela. Avrebbe voluto scartare gioielli, borse, maglioni colorati ed invece la zia Carmela collezionava thermos, scalda sonno, angioletti della Thun, coperte termiche, guanti di lana, ombrelli. &#8211; Questo utile ti [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lorenachescrive.wordpress.com&amp;blog=8663784&amp;post=3&amp;subd=lorenachescrive&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p>Il carrellino della spesa a disegno scozzese era stato uno degli ultimi orribili regali che i nipoti, ogni natale, facevano trovare sotto l’albero alla zia Carmela. Avrebbe voluto scartare gioielli, borse, maglioni colorati ed invece la zia Carmela collezionava thermos, scalda sonno, angioletti della Thun, coperte termiche, guanti di lana, ombrelli. &#8211; Questo utile ti sarà zia, accussì ti carichi i pacchi e non fai fatica – disse la nipote appena la zia scartò il regalo di Natale. Zia Carmela ringraziò, era il quarto carrello della spesa che riceveva ma non lo disse per non ferire la nipote. Tutti la trattavano da vecchia già da quando aveva quarant’anni, forse perché non si era sposata, ma lei era rimasta zitella per scelta. Nessun fidanzato morto in guerra, nessun amore contrastato: non si era sposata semplicemente perché aveva dovuto servire e riverire sua madre e un fratello scapolo che ancora le girava casa casa accusando malanni incomprensibili. Carmela sognava invece una vita diversa e la sera, quando indossava la sua camicia da notte felpata e si appuntava le ciocche con i becchi d’oca, apriva di nascosto il cassetto del comò e si spalmava sulle rughe la crema di Lancaster che era costata quarantaquattro euro o settantotto mila lire, una vera follia. Le piaceva accarezzarsi la pelle, ne stendeva una noce sul contorno occhi, insisteva sulla ruga della fronte, massaggiava con movimenti rotatori e poi si vedeva più bella. Conservava con delicatezza la crema e si coricava senza la termocoperta che aveva utilizzato per il gatto e iniziava a sognare. Aveva letto su una rivista femminile che bisognava tenere un quaderno sul comodino e appuntare la prima parola di ogni sogno che non sarebbe stato così cancellato dal risveglio del mattino. E ogni mattina, Carmela con cura registrava la parola: cavallo, serpente, padella, bacio, Richard Gere… il suo quaderno era pieno di appunti. Ogni tanto lo consultava e seduta in poltrona dietro il balcone continuava a mettere ordine nei suoi sogni disordinati. Da qualche mese di fronte al suo appartamento avevano affittato a studenti delle stanze, e quando si distraeva dalla lettura del suo quaderno amava dare una sbirciatina. Che allegria, che movimenti, che risate si facevano quei giovani, a volte li vedeva riuniti in cucina, non sentiva i loro discorsi, ma ovviamente li immaginava; altre volte dalla saletta intravedeva qualche ragazza che veniva a fare visita ma non riusciva poi a capire da quale stanza fosse risucchiata, le ragazze scomparivano e si chiudevano le serrande. Lei sorrideva e pensava alle intemperanze giovanili, poi prendeva il rosario e cominciava a recitare le preghiere suppletive. Quelle canoniche erano tre volte la settimana all’imbrunire, quelle suppletive erano a ogni cattivo pensiero. Spesso lavorava a maglia e per Natale ricambiava i nipoti con le babbucce rosa fatte al punto legaccio: era un piccolo modo per vendicarsi. I nipoti del resto avevano preso una brutta piega e da un po’ di tempo chiedevano piccoli prestiti: &#8211; Zia devo farmi la stanzetta per il picciriddo, che fa me li puoi prestare un po’ di liquidi? – chiedeva la nipote sfacciata. &#8211; Zietta – anche quello maschio ci provava – me li presti dei soldi per la macchina nuova?- e la zia sganciava. Indossava la sua giacca di cammello, si recava in banca dove le piaceva fare girare quelle porte girevoli, salutava tutti cordialmente e prendeva il numero con un fare abitudinario, sembrava essere di casa lì tra gli impiegati e la guardia giurata. E sganciava la zia Carmela, sganciava in cambio di qualche telefonata in più e del regalo che riceveva per il suo onomastico dal nipote. Nessuno immaginava che Carmela aveva bisogno di altro. Nelle riunioni di famiglia si vantavano le doti della zia: morigerata all’inverosimile era da tutti considerata una sorta di angelo a metà tra una cattolica praticante e una bizzocca nell’animo. Eppure da un po’ di tempo il suo aspetto pareva essersi –come per incanto- arrestato e frequentemente le scappava una brutta parola “travestita.” Nel suo vocabolario dei travestimenti bombana stava per buttana, mìnciolo per membro maschile, fiorita per organo femminile e le nipoti al sentire il suo linguaggio più spinto bonariamente la rimproveravano. &#8211; Zietta che fu ? – volgare addivintasti – le dicevano canzonandola. Lei arrossiva come una fragola e si scusava con serietà. Da qualche anno aveva preso l’abitudine di nascondere parte della sua pensione e ogni ventitré la zia Carmela andava alle poste, si sedeva a lamentar dolori alle ginocchia con le altre coetanee e appena preso il mensile, sottraeva una piccola parte dalla busta e la nascondeva. Ritornata a casa, commentava con il fratello: – Certo Iano non si po’ campari più, guarda quante trattenute sto mese, ma che fa lo stato ladro? &#8211; Ladro? Ladrone! – diceva il fratello – ci vogliono annientare a noi poveri vecchietti! &#8211; E sia fatta la volontà di dio, fratello mio… Vieni di là che la suppletiva mi devo fare. &#8211; Ma chi fu? neanche dello stato si può parlare più, sorella? – diceva Iano incalzandola. &#8211; Neanche dello stato…replicava Carmela. E attaccavano a pregare i due fratelli. La zia Carmela chiudeva gli occhi e un piccolo impercettibile sorriso le si dipingeva agli angoli della bocca. Il quarto venerdì di ogni mese, la zia Carmela faceva una grande cucinata per le vecchiette della strada. Il menù era sempre identico: lenticchie con verdura, agnello al forno e purè di piselli. Poi organizzava il cibo in appositi contenitori e con il pennarello scriveva il nome. &#8211; Questo per la signorina, non esce da casa da quattro mesi, almeno oggi si arricria. &#8211; Ma che ha? – diceva il fratello che la aiutava a sigillare. &#8211; Sempre mal di testa, sta con un turbante e una fascia nel collo, apre la porta della scala e tende un paniere con la corda, per non farsi vedere da vicino. &#8211; Sempre curiosa è stata, chista signurina. &#8211; Questo per la vedova Pulvirenti e questo per Iolanda la straniera – continuava indaffarata Carmela. -A Iolanda glielo porto io… &#8211; Ianu che dici? – fratello debosciato fatti il segno della croce – diceva Carmela e si stringeva il collo nelle spalle. &#8211; E questa per chi è? – ma Carmela era già pronta per le consegne sull’uscio di casa. Nella profumeria dove nessuno la conosceva comprò, per duecentoquaranta euro, una crema lifting rimodellante, un touche di luce illuminante e la signorina tanto gentile le aveva persino regalato campioncini. Come una bambina monella ritornata a casa, inforcò gli occhiali e lesse le istruzioni, ma una scritta la colpi al cuore come una stilettata: “Per pelli mature e avvizzite”! Termini che scatenarono in lei una depressione fulminante. &#8211; Signorina di …merda, buttana e tappinara! – le scappò a denti stretti alla povera zia Carmela. E questa volta senza suppletiva. Ma i giorni passavano e la zia Carmela fioriva. Lei stessa si guardava allo specchio, la crema miracolosa aveva fatto i suoi effetti? Inoltre, le nipoti le telefonavano e non la trovavano mai e a Ianu toccava l’ingrato compito di fare da segretario. &#8211; To zia è uscita, sicuramente è andata a messa, quella senza preghiere non campa – rispondeva Iano alle domande incalzanti delle nipoti. Ma non era in chiesa che andava la zia Carmela, e neanche alla posta: da un circa un anno, di mattina, andava nell’appartamento di fronte, proprio in quella casa degli studenti, e mentre tutti erano all’università, Nuccio, un bel ragazzotto studente fuori corso dell’entroterra, la aspettava con trepidazione. Si abbracciavano teneramente già nell’anticamera e la zia Carmela, per niente intimorita, accoglieva nel suo morbido corpo le carezze di un segreto che nessuno avrebbe mai scoperto. Si chiudevano nella stanza, abbassavano le serrande, e il bel Nuccio dava il meglio di sé. Carmela poi gli faceva aprire il regalo che aveva portato, gli consegnava anche un po’ di soldi, qualche marmellata fatta in casa, e dopo un’ora intensa – giusto il tempo della messa – la zia Carmela, come Cenerentola, scappava nel suo appartamento. Se ne tornava con il cuore contento e per le scale dedicava un ghigno alle nipoti, che soddisfatta si sentiva, e sapeva di certo che Nuccio mai gli avrebbe regalato un carrellino scozzese della spesa. E così zia Carmela ringiovanì senza effetto delle creme e nessuno osò pensare male di lei, perché lei, signorina morigerata, era. 13 gennaio 2009 Lorena Salerno © tutti i diritti riservati</p>
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